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Il complesso monastico comprendeva l’attuale struttura in cui si trova il museo, una parte di quello che oggi è il ristorante e il cimitero. Nella costruzione dell'Abbazia i monaci hanno seguito le regole importate dagli eremitaggi mediorentiali. Innanzitutto occorreva pensare al sostentamento dei religiosi e quindi furono creati l'orto e le stalle per gli animali. Erano inoltre presenti l’ospitale per i poveri, locali per dare aiuto agli ammalati e il ricovero per gli anziani.
I monaci erano obbligati ad accogliere e dare da mangiare ai viandanti per tre giorni e all'epoca esistevano anche pellegrini che si spostavano da un monastero all'altro per cercare di sconfiggere la fame. Il territorio era bene conosciuto ed erano tenuti a mostrare ai viandanti le vie più sicure e i sentieri meno pericolosi.
Secondo Stefano Casini (Dizionario biografico geografico storico del Comune di Firenzuola), esisteva anche una farmacia, in cui si utilizzavano le erbe dell’orto e della foresta per la preparazione di rimedi naturali. I religiosi dedicavano molto tempo allo studio della medicina ed erano tra i pochi a saper leggere e scrivere all'epoca.

Un fuoco era sempre accesso per accogliere i viandanti e per curare gli ammalati. Si conoscevano già le proprietà benefiche del miele e le tecniche di apicoltura.
I monaci vestivano un saio di lana tinta con mallo di noce che donava il caratteristico colore marrone. Non portavano la cintola, introdotta trecento anni dopo da San Francesco.
“Essi (i monaci) trovatisi a vivere tra popoli rozzi dediti alle armi e alle rapine non potevano avere altro mandato che quello della carità, che di sollevare le terribili indigenze delle poveri plebi abbandonate ed instillare l'amore ai pacifici studi dell'agricoltura” (S. Casini, la Badia di San Pietro a Moscheta. Studio storico” Tipografia Ricci, Firenze 1894).
I religiosi insegnavano alla popolazione come lavorare i terreni, affidandone una parte in gestione diretta alle famiglie del luogo per evitare che abbandonassero queste aspre montagne. Secondo alcuni introdussero anche il principio della piccola proprietà terriera, dando in affitto perpetuo le terre di cui le famiglie non si sarebbero potute permettere l’acquisto.


Inizialmente le caratteristiche del luogo permettevano solo la presenza di pascoli, ma lentamente i monaci riuscirono anche a lavorare dei terreni a seminativo. Iniziarono la coltura del castagno (alcuni dei castagni presenti nei dintorni risalgono a questa epoca), tramandarono le tecniche di potatura e della scapezzatura, vale a dire la raccolta dei giovani ributti, usati per gli animali durante i lunghi inverni. Piantarono anche dei sempreverdi, forse come richiamo alla casa madre di Vallombrosa o come simbolo di ritiro. Alcune testimonianze riportano anche l'esistenza di piccole vigne e oliveti. La maggior parte dei guadagni era così destinata alle opere di carità, come il mantenimento degli ospedali di Frena, Rifredo, Pietramala, Monzuno e Cornio. Alcune di queste strutture furono poi trasformate in osterie e luoghi di ristoro per i viandanti, ma anche quest’attività era considerata di beneficenza, al punto che a monaci di Razzuolo fu permesso di tagliare i boschi in luoghi proibiti per ottenere legna per l’osteria.

 

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