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Nei secoli successivi alla fondazione la badia ha avuto momenti di grande splendore e nel XIII era considerata una delle più floride della Toscana. I monaci avevano una particolare cura per le terre della badia, la cui estensione aumentava velocemente, fino a raggiungere i comuni di Luco, Scarperia e Montescalari.


Nel 14° secolo iniziò il declino della badia, da uno scritto dell’abate generale che aveva visitato Moscheta nel 1372, si deduce che le strutture si trovano nel più completo abbandono e che l’abate si era trasferito a Scarperia, pedroni e ladroni opprimevano il complesso con le loro angherie. La terribile peste di questo secolo aveva colpito anche l'Abbazia.


Dalla prima metà del 1400 Moscheta fu affidata a Abate Commendatari, ecclesiastici o laici a cui era affidato il potere di giurisdizione e gestione di un’abbazia, ma non sulla disciplina monastica interna. Tale pratica era molto diffusa nella Chiesa al fine di ottenere consensi, stringere alleanze e controllare il territorio. Iniziarono così anni di nuovo splendore, in cui ripresero le attività economiche, mentre quelle spirituali e di carità furono accantonate. Il prestigio di Moscheta era comunque alto, basti pensare che Lorenzo il Magnifico fece eleggere abate commendatario alcuni suoi devoti. 


Nel 16° secolo l'abbazia fu abbandonata e non era più abitata da monaci vallombrosiani.
Nel 1748, durante il periodo delle riforme il Granduca Leopoldo vietò l’eremitaggio e la badia fu messa all’asta. Con il ricavato furono costruiti il seminario di Firenzuola e i ponti sul Santerno a Camaggiore e sul Diaterna. Il complesso divenne una fattoria, fino a che alla fine degli anni ’50 non fu venduta allo stato e divenne bene demaniale.

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