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Veduta di Palazzuolo sul SenioVeduta di Palazzuolo sul SenioIl paesaggio, la terra, il richiamo delle radici, ciò cui si resta visceralmente legati anche quando la vita ce ne allontana, sono spesso materia essenziale della poetica di un artista. Ma ci sono artisti per cui lo sono fondamentalmente, e senza i quali non si comprende fino in fondo l'uomo da cui l'arte scaturisce.
Come per Dino Campana, una delle più alte voci poetiche del Novecento - uomo del mondo, nomade, viaggiatore, e soprattutto «folle», come tanti poeti maledetti della modernità - voce universale, ma irrimediabilmente intriso di tutto ciò che a lui derivava dalle sue origini di «montanaro» dell'appenino tosco romagnolo.
Di Marradi, per la precisione, piccolo borgo amato e odiato, da cui fuggì per poi sempre tornarvi, in una risacca esistenziale che fu insieme estatico ricongiungimento e prigionia, e che certamente plasmò il carattere ruvido e chiuso, impetuoso, ma anche delicato e venato di arcana saggezza, dell'infelice poeta.

Insieme ai grandiosi paesaggi dei dintorni, e di tutto il Mugello,battuti in lungo e in largo con escursioni a piedi di giorni, che Campana si «inflisse» come cura ed espiazione dei drammi della sua anima. Boschi e rocce, pascoli, valli e borghi, terra e cielo, dentro cui il poeta penetrava come in mistica immersione, diventarono subito, già negli appunti di viaggio, o negli scritti successivi, i riflessi indelebili della sua anima visionaria e trasfiguratrice, pur senza mai perdere nulla della loro oggettiva natura, e anzi acquistando in capacità evocativa. Tanto che a chiunque abbia letto di queste descrizioni, non potrà più fare e meno, vedendo davanti a sé gli «originali», di guardarli con gli stessi occhi del poeta errante - «mistica valle», «casetta di sasso sul faticoso verde», «.arco solitario e magnifico teso in forza di catastrofe sotto gli ammucchiamenti inquieti di rocce.», «le rocce strati su strati.».

Il teatro degli Animosi a MarradiIl teatro degli Animosi a Marradi Il che accadde anche, e in modo quasi paradigmatico, nel viaggio d'amore compiuto da Campana insieme all'unica vera donna della sua vita, Sibilla Aleramo, avventura di passione e delirio in cui entrambi gettarono tutti loro stessi - per uscirne, lui, ormai pronto per il manicomio, dove morirà.
Viaggio straordinario nel cuore del Mugello, in bilico fra realtà e sogno, il cui sfondo ambientale si intrecciò inestricabilmente con un'avventura di vita divampata sull'eterno mistero dell'incontro umano.
Così come il pellegrinaggio solitario alla Verna, avvenuto sei anni prima, poté trasfigurarsi nella salita affannosa - come la vita dell'uomo – alla meta pacificatrice.

Campana e il Mugello, insomma, si evocano l'un l'altro ormai così indissolubilmente, che immaginare una guida «parallela» - del Mugello e di Campana, in reciproco richiamo - era un tributo da non far ulteriormente tardare. Un doppio binario che riserverà continue sorprese, perché un paesaggio guardato con gli occhi dell'anima, e di un'anima così alta come quella di un poeta, rivela di sé aspetti che nessun'altra guida, per quanto accurata, potrà mai segnalare.

Maria Cristina Carratu (giornalista)

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